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RECENSIONE DI

MARIA CARMELA MICCICHÈ

Scrittrice e sceneggiatrice

 

C’è chi scrive bene, chi scrive benissimo, chi ama le parole, ogni singola parola, e le ama così tanto che le accompagna con lo sguardo fino a quando non svoltano l’angolo e vanno per il mondo; è questa la sensazione che si ha leggendo, sin dalla prima pagina, Dorothy Oz: Patrizia Vittoria Rossi ama profondamente ogni singola parola del romanzo.

Si potrebbe pensare che la cosa sia insita, del resto ogni autore ama ciò che crea; forse è così, forse perché a volte bisogna sottostare a regole, a tutta una serie di modi per porgere le parole che, poi, dovrebbero portare a un risultato. In Dorothy Oz, quello che arriva diretto e senza la luce della vetrina, è un amore schietto per le parole che diventano poesia dondolandosi su un lettino dalla gamba zoppa, come quello del protagonista.

C’è una Roma che fa da sfondo, la Roma comprensiva e al tempo stesso indifferente, una città dai rumori antichi, ancora umani. C’è una famiglia come tante, con silenzi che potrebbero inghiottire il mondo intero, e poi ci sono le parole che servono per portare, per veicolare, sentimenti, paure, ipocrisie, incertezze, confusioni, ma soprattutto amore. Ci sono i personaggi: la nonna che rimane come la sicurezza di un legame che va oltre il tempo; la madre, sempre e per sempre; il cognato, la società, che in fondo non fa né bene né male ma preferisce guardare altrove se non è costretta a fare diversamente; Francesco, il fascino del vincitore a ogni costo; Adamo, l’amico che tutti vorremmo avere, la saggezza e l’ironia di chi guarda la vita di sguincio; ciascuno a comporre un puzzle che va al di fuori delle pagine che scorrono veloci.

Dorothy Oz è un modo per trasfondere l’amore, dall’autrice al lettore, dal lettore a un mondo che è più facile approcciare con una risata, volutamente grassa, invece che con una complice stretta di mano. Cosa può fare un bambino che cammina con grazia, che ama la vita, ma comprende che deve mascherare il suo amore con le convenzioni? Il bambino cresce, e diventa un ragazzo, pagando il prezzo delle convenzioni stesse, imparando che la vita è un gioco truccato e affrontando ogni lancio di dadi alternando alla voglia di alzarsi dal tavolo il dovere di restare. Amedeo, il bambino amato e perciò compreso dal silenzio della madre, il giovane ragazzo dal labbro tumefatto, l’uomo dalla doppia vita, resta al tavolo da gioco fino alla fine… e capisce di aver vinto. La vita è spesso un gioco truccato e, a volte, bisogna truccarsi per affrontarla alla pari.

Dorothy Oz, apre il sipario non su uno spettacolo chiassoso e colorato, ma sulla vita e sulle sue complesse regole: mette in luce le fragilità e la voglia o il bisogno di mascherarle, la necessità di comprendere e di comprendersi, senza la quale ogni tipo di amore sarebbe impossibile, il rispetto spesso falsato da atteggiamenti convenientemente corretti, l’animo umano, fragile, complicato, sorprendentemente forte tanto da resistere tutta la vita e anche oltre, chissà…

Maria Carmela Miccichè

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DOROTHY OZ

La luna sui tacchi di stagnola

Autore: Patrizia Vittoria Rossi

ISBN: 978-88-944237-8-5

Edizioni CdA – A.C. Caffè delle Arti

© Copyright 2016 Patrizia Vittoria Rossi

Tutti i diritti riservati

Prima Edizione 2019

Grafica di copertina a cura di: CdA Editing – Incipit Group

Finito di stampare: novembre 2019 presso “The Factory” S.r.l. – Roma

PREMESSA

Questi uomini chiudono le tende per non percepire l’assenza dei passi, in strada e nel cuore.

Spostano gli affetti e cambiano lavoro, come non riescono a fare con il dolore; sedersi da un’altra parte dell’anima può essere importante. Imbevono i pensieri di note e si sbronzano di ricordi a tempo. Questi uomini, e solo questi, si allenano a morire in ogni passo scalzo.  Generano un’infinità di pensieri nella testa, ma sulla bocca hanno sempre le stesse bugie logore, da anni; questi uomini sanno quanto sia importante correre all’improvviso: che sia “verso di” o “lontano da”.

Ci sono quelli che appendono medaglie al reggicalze, perché onore e coraggio non hanno sesso. Alcuni li fermi per il pizzo di una sottana o di una cravatta, li compri con la promessa di un respiro, li schiacci al muro come fossero insetti. Altri dimorano lontano, per paura. Il seme degli uomini è onnipotenza di vita o di morte. È il gelo degli inverni senza riparo, è la speranza del trasfondere compatibilità come fattore predominante o il terrore di attivare un contagio.

Questi uomini si avvizziscono in fretta, se esposti alle intemperie della vita. Trattengono parole tradotte, moltiplicano le mani e giacciono sotto le stelle. Lasciateli stare, questi uomini! Nei pensieri di molti, sono fogli sgualciti, sono formule matematiche incomprensibili, sono mappe senza tesoro, sono parrucche cotonate, pantaloni di pelle, tacchi alti e sigarette sporche di rossetto: nei pensieri di molti… di troppi!

PROLOGO

 

“Quante volte, che lo desiderassi o no, gli uomini mi hanno chiesto di sedermi…

 

Mi sedetti su quell’unica sedia, messa lì per me, al centro della stanza. Le luci sul set erano basse, la semioscurità mi sembrò complice e consigliera. Un faretto posizionato a terra allungava la mia ombra, proiettandola morbida sul telone alle mie spalle. Un altro, alla mia destra, facilitava la messa a fuoco. Presi confidenza con la macchina fotografica e con quel ruolo che, sino a quel momento, avevo ritenuto inadatto a me.

Feci ciò che desiderava, ciò che mi aveva chiesto... Mi spogliai lentamente e restai così, nudo, privo di tutto: preconcetti compresi. Usai le mani per accarezzarmi. Adoperai le dita, come minuscoli insetti il cui tocco leggero sulla pelle mette i brividi; percorsi le cosce, i fianchi, l’inguine, il petto, il collo; poi, aprendo il palmo, mi sfiorai il volto, le tempie e affondai le mani nei capelli, fissando l’obbiettivo. Reclinai la testa su un fianco e scivolai sulla seduta, allargai le gambe, donando il mio intimo alla camera. Immobile, la pelle sudata, gli occhi socchiusi le labbra semiaperte e protese.

«Fermo così! Perfetto – mi ordinò il fotografo – occhi chiusi, respira, stai! Ancora una…»

Sentii gli scatti susseguirsi a ripetizione, sentii d’aver vinto l’imbarazzo e la battaglia personale con il mio sesso. Credetti d’aver vinto, fin quando…  una bocca umida cinse per intero il mio membro. Percepii un calore improvviso, aprii gli occhi e trovai un uomo inginocchiato davanti a me, mentre una ragazza, nuda anch’ella, appena dietro alle mie spalle, chinatasi leggermente, mi porgeva i seni, avvicinandoli al mio volto. «Leccami!» mi sussurrò.

Saltai in piedi come una molla carica e scappai, lasciando su quella sedia il mio progetto d’amore e gran parte della mia dignità. Credendo di aver vinto, avevo perso tutto…

"Quante volte, che lo desiderassi o no, gli uomini mi hanno chiesto di sedermi…”

 

«Vuoi calmarti? Siediti, per favore.»

«Sono calmo, vedi? Sono calmo. Mi siedo.»

«Amore…»

«Cazzo, non chiamarmi amore. Tu non sai cosa sia l’amore. Mi fidavo di te, mi f-i-d-a-v-o e tu mi hai riempito di merda, costringendomi a ingoiarla e a definirmi “fortunato” per il solo fatto che fossi tu a nutrirmi con quel cibo insano.»

«Non esagerare…»

«Esagerare? Esagerare? Io starei esagerando? Io? Dammi un buon motivo, un fottutissimo buon motivo per il quale non dovrei esagerare, come dici tu. Ti rendi conto di ciò che mi hai fatto?»

«Non ti ho costretto, non ti ho mai costretto a fare nulla, non ti ho obbligato. Io ho chiesto, e tu hai sempre risposto liberamente. Non è forse vero? Perché saresti qui con me se non fosse vero ciò che dico?»

«Perché ti amavo! Ti amavo e ti amo ancora, vecchio stronzo, presuntuoso, egoista. Sei un fallito. Sei un essere spregevole. Cosa intendi fare, adesso?»

«Dimmi cosa intendi fare tu… Amedeo»

 

“L’incognito, vestito a festa, mi reclamava. Lo intravidi dietro quell’angolo che mi trovai a dover girare, più per forza che per scelta…” [...]

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